Sul blog della Casa Cantoniera Autogestita di Parma puoi trovare tutte le news, gli incontri, le serate e gli eventi: musica, film, dibattiti, teatro, presentazioni di libri etc

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La Casa Cantoniera è uno spazio sociale occupato nel 2003 da una rete di comitati cittadini e da tre famiglie in emergenza abitativa. Lo stabile, di proprietà della Provincia di Parma, versava in uno stato di abbandono da diversi anni, a causa della progressiva dismissione del patrimonio pubblico. Nel 2005 è stata aperta una convenzione con la Provincia di Parma: abbiamo ottenuto un contartto di comodato d'uso di 9 anni rinnovabile per altri 9 per svolgere attività sociali e culturali ed è nato il Progetto Cantoniera. Così l'occupazione, inizialmente a scopo abitativo, con il tempo si è evoluta e si è ampliata, attraverso lunghi lavori di autorecupero, in un progetto politico più complesso. Ad oggi lo spazio è attraversato da diverse realtà che cooperano per rivendicare e ampliare i diritti di cittadinanza, la libertà di migrare e le politiche di welfare: la Rete Diritti in Casa che gestisce uno sportello gratuito per il diritto all'abitare e al welfare; l'associazione Ya Basta! e la squadra di calcio antirazzista La Paz!; la scuola di italiano per migranti "Perchè no?". Grande interesse e attivismo suscitano anche le tematiche ambientali ed ecologiche sviluppate dalla Mercatiniera, un mercato alimentare di autoproduzioni locali; dalla BiOsteria, una trattoria ecologica; e dalla Gasoniera, un gruppo di acquisto solidale.

Appuntamenti fissi:

* La GASoniera ogni primo lunedì del mese ore 21
* La Mercatiniera vi aspetta ogni giovedì pomeriggio dalle ore 16 alle 20 per fare una spesa genuina a km zero..anche in caso di pioggia!
* Lo Sportello della Rete diritti in casa è aperto ogni martedi pomeriggio dalle 18.30 alle 20.30..info e mutuo aiuto per le problematiche legate alla casa.
* La BiOsteria vi aspetta il venerdì e sabato sera, per una cena ecologica e genuina a km zero.
* Perchè no?: la scuola di italiano per migranti, gratuita, solidale, antirazzista.

E' nato il sito www.anomaliaparma.org
Per seguire le attività della casa cantoniera e per essere informato sul calendario degli eventi vieni a trovarci sulla nuova piattaforma on line!!!



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domenica 13 febbraio 2011

Parma - In 7000 in piazza per chiedere diritti e dignità per tutt@ noi


13 / 2 / 2011

Siamo scese in piazza oggi, in tante e diverse, donne e uomini, senza bandiere di partiti e sindacati, ma solo con cartelli, striscioni e scritte dipinte sui volti con rossetti viola. Emerge un dato importante ai nostri occhi: le persone che hanno sfilato oggi nelle piazze italiane hanno deciso di uscire dai confini della rappresentanza partitica/sindacale per irrompere nella scena pubblica con tanta rabbia degna e con la voglia di parlare loro stesse dei propri problemi e delle loro esigenze, scavalcando spesso le stesse organizzazioni politiche che hanno indetto la giornata con l'interesse di pilotarne i contenuti e le vertenze emerse. Le donne che hanno partecipato alla costruzione della manifestazione e poi al suo svolgimento, hanno saputo oltrepassare i confini ideologici che ci avrebbero voluto dividere in "brave donne" vs "malefemmine" e che ci avrebbero voluto vedere in piazza a reclamare pudore e morale.

Il percorso femminista, Io sono mia, e tutte le nostre mamme, amiche e compagne/i che oggi hanno camminato al nostro fianco, non sono state la voce fuori dal coro in una piazza omogenea, ma sono state corpo costituente di un percorso nuovo che sta nascendo, spontaneo e indecoroso, nella nostra città, fatto di soggettività che si sono stancate di rimanere in silenzio e di accontentarsi del presente.

Aldilà delle parole enfatizzate dai media, locali e nazionali, pronunciate dalle diverse donne della politica istituzionale, noi che abbiamo attraversato realmente questa piazza abbiamo dimostrato di pretendere ben altro che la "trasversalità delle idee", sterile di contenuti e poco concrete in merito alle vertenze reali che si aprono nel paese.

Noi vogliamo reddito, diritti e dignità!

Io sono mia - Cercaci su facebook!

24 FEBBRAIO-IO SONO MIA- VAGINARIUM


APERITIVO VERNISSAGE CON FRANCESCA CURTI
autrice della mostra “Vaginarium”: un linguaggio nuovo per parlare liberamente di cosa significhi oggi essere donna e della nostra sessualità, circondati da opere dalla forte potenza espressiva e capaci di generare infinite emozioni.


“Chiedevo sostantivi, colori ed aggettivi che descrivessero la vagina e ne sono usciti
tantissimi, tutti diversi. Ho cercato di illustrare questo vero bombardamento di parole.
Per noi donne la parola vagina non descrive soltanto una parte del corpo, ma un intero
mondo.
Ho cercato di tradurre in pittura quello che è parte dell’immaginario femminile.
Mi sono data un tema e l’ho affrontato con carta, tela e colori. Mi è uscito il Vaginarium
con omaggio a Giosetta Fioroni (parole in forma di cuore) e agli anni della Pop Art in
generale, che sono poi gli anni in cui le donne hanno cominciato seriamente a parlare
di loro, gli anni in cui Judy Chicago ha realizzato il Dinner Party. Io però desidero fare
pittura astratta.
Ho realizzato vagine che diventano geografie e geografie
che ricordano vagine, alcuni sono quadri astratti, per altri non ho
potuto slegarmi dall’evocazione che mi ha catturata. Questo
lavoro è una sorta di bric à brac che per me rappresenta un flash
sul mondo della donna e un’occasione per fare pittura.”

Francesca Curti

IO SONO MIA


Ogni mercoledì alle ore 21 invitiamo tutte a partecipare all’ assemblea femminile
“IO SONO MIA”. Un incontro informale dove davanti a buon bicchiere di vino e a una fetta di torta cerchiamo di aprire spazi di discussione legati alle tematiche di genere per fare autocoscienza, autoformazione e riappropriarci della nostra identità di donne nel contesto sociale nel quale viviamo.

mercoledì 2 febbraio 2011

Oltre il bunga bunga e il moralismo antiberlusconiano


L’Orgoglio Puttana (*)

Parlare di prostituzione oggi è difficile e a volte perfino contraddittorio, dal momento che sono le stesse donne, di ogni schieramento politico, intra ed extra parlamentare, a definirla come una prestazione sessista, maschilista, indegna. Per le donne politically correct prostituirsi equivale a dire vendere il proprio corpo, mercificarlo, sottomerlo al potere maschile, e quindi renderlo oggetto, privato di piacere e dignità.

Se però provassimo a correggere questa miopia, ci renderemmo conto di quanto invece sia pericoloso per noi donne etichettare in questi termini la prostituzione. Le sex workers non sono sempre donne vittime di tratta e di sfruttamento, costrette a prostituirsi per vivere o per scappare dal proprio paese. Sex workers sono anche donne che scelgono consapevolmente e liberamente di praticare un lavoro utilizzando il proprio corpo, la propria sessualità e le proprie capacità relazionali. Prostituirsi non vuol dire vendere se stesse e la propria vagina ma vuol dire monetizzare una prestazione sessuale, decidendone il come, il dove e il quando. Una prostituta consapevole e libera di scegliere ha il pieno dominio del proprio corpo che non viene venduto con il rapporto sessuale. Parlare di mercificazione dei corpi delle prostitute vuol dire renderle direttamente oggetto di possibili violenze, legittimate dal fatto che una merce non possa rivendicare diritti né dignità.

Attraverso “L’orgoglio puttana” le prostitute hanno iniziato in forma organizzata a pretendere di essere ascoltate e non solo giudicate. Il problema che vivono oggi non è legato alla prestazione in sé, se questa è frutto di scelte libere, ma dipende dalle condizioni lavorative a cui sono costrette dalle leggi anti prostituzione: zero diritti, persecuzioni, stupri, zero assistenza, mancanza di luoghi sicuri per esercitare la professione.

Inoltre anche il linguaggio comune contribuisce ogni giorno a stigmatizzare il lavoro sessuale per parlare di tutte le donne: l’affermazione indegna “sei una puttana” la si adopera quando si vuole dire che una donna è una cosa senza valore, è un corpo senza vita, è una venduta.

Noi donne dovremmo provare a ridare dignità a noi stesse partendo dal fatto che essere donna oggi vuol dire combattere contro la precarietà generalizzata, le violenze sessiste, e la mancanza della possibilità di scegliere in base ai propri desideri.

Ma Ruby è una Puttana? E questo permetterebbe di condannare tutte le donne contemporanee al grido “vendute”?


E’ cosa ancor più ostica provare a leggere il quadro complessivo, sistemico e culturale, nel quale noi donne siamo nate e cresciute. Dai media e dalla politica istituzionale siamo state abituate a pensare che i modelli positivi a cui ispirarsi fossero quelli legati al potere, alla ricchezza e all’emancipazione, data dalla possibilità di apparire piuttosto che essere, dalla visibilità a tutti i costi piuttosto che dalla possibilità di avere delle pretese. Oggi più che mai, in un contesto di crisi e di tagli, la formazione è un percorso faticoso e lungo, tutto in salita, e il lavoro è un diritto per pochi.

In questo contesto non facciamo fatica ad immaginare la giovane Ruby alla ribalta così come le tante sue, nostre, coetanee. Definirla come una povera vittima sacrificale, in balia del caso, lo considero un insulto all’intelligenza femminile. Più che una giovane inconsapevole, Ruby appare come “imprenditrice di se stessa”. E’ una donna che ha deciso di investire sulla propria persona per farsi strada nel mondo, utilizzando il potere maschile per raggiungere degli obiettivi materiali: notorietà, soldi, la possibilità di fuggire da una condizione familiare non appagante e il raggiungimento di un’indipendenza economica tale da consentirle una vita al di sopra delle possibilità di ogni sua coetanea.

Ciò che fa arrabbiare non è Ruby, ma è sicuramente l’atteggiamento machista e sessista della nostra classe dirigente, che pensa di aver costruito attorno a sé, in questi lunghi anni di monopolio culturale, un’aurea di potere inviolabile, in cui le donne appaiono come pedine da spostare nello scacchiere politico o come tappezzeria nella villa di Arcore, così come nei salotti tv, nei reality show o sulle copertine di Vanity Fair.

Ma la speranza è forte: non tutte le donne si accontentano, a volte le donne che pretendono di più possono mettere in crisi il sistema.

La morale la lasciamo ai vetusti.

In Italia accadono però cose ancor più strane. Basta osservare le tattiche adoperate dall’opposizione antiberlusconiana, quella che pur non esistendo nella sostanza riesce a rimettersi in pista dopo ogni gossip di palazzo. In questo caso il Pd manda avanti le donne per sferrare colpi feroci da infliggere al Premier.

Più che una presa reale di coscienza da parte delle donne di uno schieramento politico, però sembrerebbe quasi una pura e semplice strumentalizzazione dell’essere donna per tentare la ribalta nei sondaggi. Nella conferenza regionale delle donne del Pd che si è tenuta a Parma, è stata indetta una campagna nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi parlando allo stomaco dell’elettorato femminile. Le donne del partito hanno indossato cartelli con la scritta “NON SIAMO BAMBOLE”, hanno detto che”le donne sono una risorsa che va valorizzata”, che il Paese deve puntare sulla nostra laboriosità, da applicare nell’industria e nella politica estera. Alla politica chiedono “ di mettere le donne in lista e di farle eleggere, ricordando che valorizzare le donne significa essere pronti a dare loro ruoli apicali e di responsabilità”.

Mi chiedo però dove sia la coerenza in un partito che non è stato in grado neppure di appoggiare la vertenza che centinaia di lavoratrici e lavoratori hanno portato avanti prima del refendum di Mirafiori. Come si fa a parlare di incentivare la laboriosità delle donne, messe a lavoro, se già viviamo la precarizzazione e lo sfruttamento sulla nostra pelle? Non sarebbe più intelligente dire che le donne lavorano già troppo senza aver riconosciuti i propri diritti (reddito, salario e welfare)? Non sarebbe meglio ostacolare le ordinanze anti prostituzione invece di dire che le donne non sono bambole? Non sarebbe più efficace regolarizzare tutte le donne clandestine per impedire la tratta della prostituzione, sottraendole così al continuo ricatto dei loro sfruttatori? Non sarebbe più opportuno impedire l’ingresso delle associazioni pro life nei consultori pubblici invece di mandare messaggi elettorali spot in cui si reclamano “percorsi sociosanitari per la salute femminile e infantile”?

Prima di scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi in nome delle donne offese, sarebbe bello capire cosa ne pensa realmente il Pd, aldilà degli spot elettorali, in merito alla precarietà, alla prostituzione, alla fecondazione assistita, alla legge 194, ai consultori (la legge Tarzia nel Lazio è stata sottoscritta da tutti i rappresentanti regionali del Pd) e alle violenze che le donne migranti subiscono dentro i Cie.

Ma siamo davvero sicure che una volta finita l’epoca Berlusconi i problemi reali delle donne vengano risolti dai partiti oggi all’opposizione?

C’è chi può e chi non può.


Nonostante in Parlamento la morale cattolica detti linee di governo (e di opposizione)sempre più conservatrici e bigotte, Berlusconi e la sua cricca di amici/amiche sono diventati portatori di una cultura dell’uso del corpo e del sesso monetizzato che sembrerebbe quasi rivoluzionaria.

E’ un mondo fantastico per alcuni, è un mondo escludente e opprimente per altri.

Mentre la casta politica e televisiva fa sfoggio di cotanto liberismo sessuale, le connazionali del premier non possono beneficiare di alcuna garanzia, né in termini di diritti, né in merito alla libertà di scegliere e di autodeterminarsi. Le conquiste del Premier infatti restano Cosa Sua.

Per le altre donne italiane, quelle che non sono Ruby, non è possibile neppure esercitare il mestiere più antico del mondo perché le ordinanze comunali applicate prima e dopo il Ddl Carfagna vietano di fatto anche la prostituzione all’interno delle mura domestiche. Dal 2009, infatti, a Parma le donne che esercitano la professione in casa possono essere multate da 25 a 500 euro se i condomini del palazzo denunciano schiamazzi o presenza di estranei nelle scale del palazzo. (Mi chiedo se la stessa sanzione possa essere applicata anche agli studi dentistici!)

Le “altre” donne in Italia muoiono di prostituzione, grazie alle politiche securitarie e alle ordinanze anti degrado che ghettizzano, isolano e marginalizzano le sex workers negli angoli più oscuri delle periferie urbane, costrette a nascondersi per evitare le multe salatissime che colpiscono anche i clienti. Le ordinanze anti prostituzione negano la possibilità di rivendicare i propri diritti di lavoratrice e di donna.

Rendere la prostituzione un crimine da perseguire vuol dire rendere le sex workers passibili di ogni tipo di violenza sessuale, senza dar loro la possibilità di tutelarsi, di denunciare, di liberarsi. Chi è illegale infatti non ha diritti ed è solo un oggetto in balia dei desideri e del possesso altrui, legittimato dal fatto che la morale comune definisce le prostitute dei corpi mercificati. Se partiamo dal presupposto che chi lavora con il proprio corpo lo rende oggetto, quindi privato di dignità e diritti, non ci scandalizziamo neppure di fronte alle violenza e alle sopraffazione esercitata sulle sex workers.

Le “altre” donne italiane per adottare un bambino devono essere sposate da almeno 3 anni e devono dimostrare al Tribunale Minorile e ai Servizi Sociali la stabilità della propria coppia matrimoniale, proprio perché in Italia le donne e gli uomini single e le coppie omosessuali non sono idonee ad avere bambini…solo la Famiglia garantisce il marchio di perfezione.

Per le “altre” donne avere un bel corpo non è sufficiente per vivere visto che la disoccupazione femminile è la norma, infatti in Italia lavora solo una donna su due. (**)

Per le “altre” donne, disoccupate o sfrattate, vale la regola che se nate in Paesi extra europei, i Servizi Sociali consigliano di fare le valigie e di tornare a casa, nonostante vivano in Italia da anni e abbiano costruito qui famiglia e relazioni, perché quelle donne purtroppo non possono godere delle attenzioni di Nicole Minetti.

Io sono mia. Una via di fuga reale.


A Parma da un po’ di tempo abbiamo avviato un percorso di autocoscienza e autoformazione sulle tematiche di genere, in cui studentesse universitarie e lavoratrici precarie si confrontano sulla sessualità, la consapevolezza, il corpo, la prostituzione, l’omosessualità, la decostruzione delle categorie e degli stereotipi legati al genere, ma anche sulla precarietà lavorativa ed esistenziale che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, l’assenza di forme di welfare idonee ai tempi, le discriminazioni sul lavoro, la femminilizzazione del lavoro, la disoccupazione femminile.

Per noi fare autocoscienza vuol dire partire da noi stesse per creare una soggettività capace di prendere coscienza di ciò che siamo, aldilà del significato biologico, ma in quanto donne/precarie che reclamano diritti. Ci rendiamo conto che il percorso è lungo ma sappiamo che ogni volta che rientriamo a casa dopo i nostri incontri abbiamo il cervello che gira tra mille interrogativi aperti e mille suggestioni scambiate davanti ad un bicchiere di vino e una fetta di dolce al cioccolato, mentre ci consigliamo libri, articoli e film. Questa per noi è una ricchezza infinita.

(*) Per capire veramente cos’è il Pute Pride consigliamo la lettura di “Fiere di essere puttane” di Maîtresse Nikita & Thierry Schaffauser, pubblicato da Derive Approdi nella collana Fuorifuoco.

(* *) Rapporto Istat “Noi Italia”: la disoccupazione femminile italiana si attesta al 49,8% http://www.repubblica.it/cronaca/2011/01/19/news/istat_rapporto_italia-11397728/?ref=HREC1-9

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Ci puoi trovare tutti i mercoledì alle ore 21

nella Casa Cantoniera Autogestita in via Mantova 24 a Parma.

giovedì 25 novembre 2010

Io non sono sola. Non ho più paura!



Il 25 novembre non è una data casuale, è il giorno che ricorda l’uccisione delle tre sorelle Mirabal, assassinate nel 1960 nella Repubblica Dominicana per il loro impegno politico contro il regime dittatoriale di Trujillo. Questa data è diventata il simbolo di un movimento internazionale di donne che si battono contro il fenomeno, sempre costantemente in crescita, della violenza sulle donne.

Mi imbatto per caso nei dati Istat 2007, primo report sul fenomeno, e rimango di merda.

Leggo che 6,7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni in Italia hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita, senza citare tutte le donne vittime di comportamenti persecutori e di violenza psicologica. Leggo che 2,9 milioni di donne hanno subito violenza fisica o sessuale dal proprio partner o ex partner. Il 69,7% degli stupri è opera del partner. Ma leggo anche che il 93% delle violenze causate dai partner non vengono denunciate.

La violenza domestica è la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 44 anni. Ogni 8 minuti nel mondo muore una donna per mano maschile. E l’Italia è la prima nazione europea per omicidi in famiglia.

Penso a quanto questo mi sia vicino e mi incazzo. Penso che ragazze, donne, come me, sono schiave di un meccanismo perverso di sudditanza e paura, e penso che questo non accade in un altro pianeta, ma nell’appartamento vicino al mio, a persone che conosco, che vorrei proteggere e a cui vorrei dire “Adesso basta!”. Vorrei dire che questo problema va affrontato insieme, perché non è un fatto privato, e dunque minore, ma qualcosa di pubblico e sociale. Vorrei dire loro “Lottiamo insieme, aiutiamoci, parliamone e discutiamone insieme, creiamo spazi dove incontrarci, non demandiamo ad altri la nostra sicurezza”.

Una telecamera, un parcheggio rosa non sono la soluzione!

Hanno già in sé la contraddizione dell’essere strumenti che non prevengono. Una telecamera può solo testimoniare la vicenda che accade e un parcheggio illuminato non serve quando la violenza si consuma tra le mura della propria casa.

Ci hanno rese impaurite. Ci hanno fatto dimenticare che in noi alberghiamo i semi dell’accoglienza e del coraggio. Che il fatto stesso di essere donne ci rende accoglienti verso il prossimo, perché siamo noi, con il nostro corpo, ad accogliere la vita, a metterla al mondo e a proteggerla con coraggio.

La donna è accogliente. La donna è coraggiosa, testarda, bella e solare. E’ indipendente, è libera.

Ora io mi guardo intorno e vedo donne, donne bellissime, che nascondono i loro problemi e i loro bisogni, dietro parvenze emancipate nella ricerca del successo. Le immagino così come immagino me stessa, sole e isolate. E proprio perché isolate, anche timorose e vulnerabili.

Ci hanno impiantato attraverso i media i semi del terrore e della paura del diverso. Ci hanno detto che le violenze sono causate dai migranti, che sono loro gli stupratori e gli assassini.

Ma io lo so che la violenza sulle donne non ha paese. La violenza è maschile, senza distinzioni di razza, religione, cultura e provenienza. L’unica differenza è quella del sesso.

Voglio, e devo, riprendere coraggio.

Voglio, e devo, non aver paura.

Spengo la tv e esco di casa, di sera, da sola e mi costringo a non aver paura. Per farlo ripenso a tutte quelle donne che mi hanno insegnato la libertà. Mi passano per la mente le madri di Plaza de Mayo che chiedono a gran voce giustizia, le donne zapatiste, le ragazze velate della rivoluzione verde, macchiata del sangue di una di noi … mi perdo nel ricordo delle donne indiane rimaste dopo lo tsunami che si riuniscono formando una cooperativa di artigianato fondata sul riutilizzo, che devolve parte dei guadagni alla ricostruzione della regione del Kashmir, dopo l’alluvione di questa estate; lo fanno perché sanno che là ci sono figli loro, figli di tutte noi. Penso alle compagne massacrate nelle piazze di ogni città perché rivendicavano diritti e libertà di scegliere del proprio destino

Penso e cammino, cammino e penso.

Attraverso strade poco illuminate, attraverso i ghetti della mia città, passo a fianco a gruppi di uomini ubriachi e non ho paura. Non ho paura perché non sono sola. Con me ho tutta la forza, la determinazione, la voglia di lottare, il calore di tutte le donne che hanno scelto di essere libere.

Oggi siamo noi che continuiamo la lotta per l’autodeterminazione e la vita.

lunedì 22 novembre 2010

IO SONO MIA



Dal 24 al 28 novembre in Casa Cantoniera teatro, fotografia, dibattiti e cinema contro la violenza sulle donne.

Mia è la dignità, mio è il piacere, mia è la beltà,
mio il coraggio, mia la lotta …mia la libertà.


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In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne la Casa Cantoniera presenta una serie di eventi che pongono al centro del dibattito noi donne, i nostri corpi, la nostra sessualità e il nostro desiderio di riscatto dai soprusi che subiamo ogni giorno.

Oltre al dibattito di giovedì 25 novembre, che vedrà la partecipazione delle operatrici del Centro Antiviolenza, del Centro Informazione Sterilizzazione Aborto e del Consultorio pubblico Lubiana di Parma, la Casa Cantoniera presenterà nel corso della settimana, dal 24 al 28 novembre, diverse opere, dal teatro al cinema, dalla fotografia alla musica, di artiste accomunate dalla voglia di rompere il muro di silenzio e di isolamento che ci soffoca sempre più.

I motivi che ci hanno spinto ad organizzare questi appuntamenti sono tanti. In primis la necessità di tornare a parlare di noi direttamente dalla nostra bocca. E’ forte l’esigenza di riprendere parola contro le violenze che subiamo, non solo quelle fisiche, ma anche quelle piccole grandi discriminazioni, spesso sottaciute e non lette.

Iniziamo questo percorso con l’intento di dare una spiegazione più complessa e completa alla parola “violenza”, contestualizzandola nella società in cui viviamo e nella cultura che fin da piccole ci viene proposta, ampliando il concetto di molti altri significati.

Siamo convinte che la prima forma di violenza che dobbiamo combattere è proprio quella esercitata dalle donne su noi stesse quando non scegliamo, quando cediamo parte della nostra libertà, quando non autodeterminiamo la nostra vita. Poi c’è la violenza maschile, quella più brutale, legata al potere e al dominio. Sono tante le forme di violenza che entrano a far parte del linguaggio comune dei media e della politica, fatto di paradigmi a cui ispirarsi per costruire relazioni sociali e rapporti affettivi, basati sulla dominanza dell’uno sull’altro, sulla sopraffazione e sull’umiliazione. Così l’immagine dell’uomo potentemente testosteronico e della donna “emancipata”, affascinante agli occhi maschili, appaiono come il modello vincente nella nostra società, che ci inferiorizza e ci priva di dignità.

Ma noi abbiamo la consapevolezza che il termine “violenza” può assumere anche significati positivi, a noi cari, quando sta ad indicare una spinta propulsiva di rottura degli equilibri e delle norme precostituite, quando assume il significato di disarmonia e di irregolarità, quando cioè esercitiamo una forza individuale e collettiva capace di sovvertire lo status quo. E’ proprio di questa forza che dobbiamo riappropriarci, per difendere i diritti conquistati in passato, per allargarli e per strapparne di nuovi.

Questo ciclo di appuntamenti è solo un primo passo per tornare a parlare di noi e per costruire un terreno comune di lotte e di riappropriazione dei nostri diritti. Aldilà della ricorrenza che vive nella giornata del 25 novembre, la nostra voglia di indagare e ricercare nuove strade di libertà non si arresta qui.

Invitiamo infatti tutte le persone interessate a partecipare il mercoledì successivo, 1 dicembre, alle ore 21, ad un incontro informale presso la Casa Cantoniera, per parlare liberamente delle necessità e delle esigenze di ognuna di noi, con la voglia di continuare a costruire un percorso comune.

Alcune riflessioni sulla giornata contro la violenza sulle donne

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Programma delle iniziative

Mercoledì 24 novembre

Dalle ore 19

La parola rende libere!
Aperitivo con le donne della scuola di italiano per migranti "Perché no?"*



L'apprendimento della lingua italiana è un mezzo di di indipendenza per le donne migranti, offre loro la possibilità di sottrarsi all'isolamento familiare e di inserirsi più facilmente nella società, nella costruzione di nuove relazioni e nella ricerca del lavoro, della casa e dell'autonomia.

- Esposizione della mostra "Parole di donne", scatti fotografici dei corsi di italiano per sole donne
- Proiezione delle videointerviste realizzate dalla classe 3^ E del Liceo Romagnosi (anno 2009) alle donne migranti e alle maestre dell'associazione Perché no?

* L’Associazione di Volontariato "Perche'no?" nasce nell'Oltretorrente di Parma nel 2002 e dal 2005 l'Associazione cambia sede e statuto. Si interessa di tutto ciò che alimenta e sostiene l'antirazzismo, l'antifascismo e la possibilità che le persone possano vivere insieme senza pregiudizi. L’associazione si occupa prevalentemente dell'insegnamento della lingua italiana a donne e uomini, rifugiati e richiedenti asilo. Donne e uomini, regolari e non, perché la conoscenza della lingua e' lo strumento principale per potersi esprimere e far rispettare i propri diritti,cercare un lavoro, una casa, fare amicizia e costruire relazioni.Opera anche all'interno di altri progetti in una rete cittadina di associazioni: nell'associazione"Senza Frontiere" per l'autorecupero della Casa Cantoniera di Via Mantova; nella Rete Dormire Fuori sulle problematiche dei senza fissa dimora; nell'Emporio che si occupa dell'emergenza sui beni di prima necessita'.

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Giovedì 25 novembre

Ore 21

Chiacchiere tra donne: per ricominciare a parlare di dignità e indipendenza, contro la violenza e l’isolamento.

A partire dalle conquiste del passato, frutto delle lotte delle donne negli anni settanta, cercheremo di indagare la situazione attuale dei consultori pubblici e dei centri antiviolenza, vittime dei tagli finanziari alla Sanità e al mondo dell’associazionismo.

I consultori pubblici e i centri antiviolenza sono beni comuni da difendere!

Ne parliamo con:

-Operatrici del Centro Antiviolenza di Parma
-Mirella Beggio, membro del Cisa -Centro d’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto

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Sabato 27 novembre

Ore 21.00

I Monologhi della vagina

Tratto dallo spettacolo teatrale di Eve Ensler

Regia di Stefano Landolfi.

Interpreti: Anastasia Pagano, Arianna Valeria Bai, Veronica Biagiotti, Lina Giorgiano, Maria Sofia Cori, Laura Pavese, Claudia Grande, Morgana Colaianni, Angelo David Ruta, Marzia Fusetti, Maria Rosaria Acquaro e Fiamma Rossetti.

I monologhi della vagina è un'opera teatrale di Eve Ensler. La prima bozza nasce nel 1996, sulla base di 200 interviste a donne di tutte le età. Eve chiese loro di parlare della propria vagina facendo emergere la loro idea di sessualità, relazioni e piacere. Le interviste cominciarono come conversazioni casuali tra amiche, ed in seguito giunsero a comprendere anche racconti di terze persone, come ad esempio le vittime di guerra/stupro in Bosnia.

Nelle prime rappresentazioni Eve Ensler recitava i monologhi delle donne che hanno condiviso con lei le proprie esperienze riguardo alla vagina e alla clitoride, alla sessualità e alla masturbazione, all’orgasmo e al godimento femminile, alla violenza e al sopruso maschile, al parto e alla nascita, sfatando tutti quei tabù che caratterizzano la società contemporanea. Ensler considera la vagina come uno “strumento di emancipazione”, attraverso la quale le donne possono ottenere una completa femminilità, sviluppando la propria soggettività. I monologhi parlano di noi donne, del nostro corpo, del nostro diritto di godere e di piacerci, dei nostri desideri e degli ostacoli che dobbiamo superare per essere veramente libere. Lo spettacolo a volte è duro e crudo, a volte invece si tinge di una sottile ironia che spesso viene colta con difficoltà da occhi maschili, sempre più abituati dai media (e dalla politica!) ad una comicità puramente machista e maschilista.

Nel 1998 il significato dell'opera cambiò e, da celebrazione delle vagine e della femminilità, divenne la nascita di un movimento contro la violenza sulle donne. Da allora i Monologhi sono stati rappresentati in tutto il mondo, tradotti in diverse lingue e ampliati di anno in anno con nuove storie.

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Domenica 28 novembre

Ore 21

L’albero di Antonia

Film con la regia di Marleen Gorris. 1995. Olanda

"L'albero di Antonia" è la storia di un albero genealogico molto particolare: quello piantato da una donna, Antonia, che torna nel suo villaggio natio dopo la guerra e vi fonda una famiglia, nella quale si realizza la sintesi di un'ideale di comunità anticonformista, in cui la donna è libera e padrona di se stessa. Il merito principale di Marleen Gorris, regista olandese al suo quinto lungometraggio, è di aver realizzato un film femminista servendosi di un genere letterario che è tipico della cultura patriarcale: la cronaca familiare. Ne "L'albero di Antonia", infatti, sono assenti le figure del capofamiglia, della moglie e dei figli maschi che costituiscono solitamente l'asse portante di questo genere letterario e cinematografico. Il troncone principale dell'albero genealogico di Antonia è composto unicamente da donne. Questo sovvertimento sistematico dei valori maschilisti e patriarcali sui quali ancora oggi si regge la nostra società conferisce al film una dimensione liberatoria che piacerà al pubblico femminile e a tutti quelli che combattono la diseguaglianza tra i sessi.”

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Durante tutti gli appuntamenti sarà possibile degustare il vino Malvasia Rosa, fermentato in bottiglia, dell’azienda agricola biologica e biodinamica di Camillo Donati (Arola, Parma) e sarà esposta la mostra fotografica “Parole di donne” a cura dell’Associazione Perché no?